NEL SUO NOME

ANTONIO GIAFFREDA

Con affetto ed orgoglio vogliamo raccontare a chi non ha avuto il piacere di conoscere chi è stato e sarà per sempre il nostro amato Antonio.

Crediamo che il modo migliore per raccontarvi di Antonio sia parlare delle sue piccole e grandi conquiste, quelle che lo hanno fatto diventare l'uomo che in molti hanno avuto il piacere di conoscere, stimare ed amare.

Antonio Giaffreda nacque il primo gennaio dell'anno 1943 in un piccolo paese del profondo Salento, in Puglia, ed esattamente a Chiesanuova (frazione di Sannicola, in provincia di Lecce).

Conoscerà presto la fatica del duro lavoro dell'agricoltore nell'azienda del padre. Si accorse subito di essere il più debole della famiglia nel lavoro della terra. Aveva quindici anni quando cominciò a pensare a quel che avrebbe potuto fare, a quale diversa attività dedicarsi, non per lavorare meno, ma per non provare quel penoso senso di stanchezza che faceva sofferenti le sue giornate.

Già stava nascendo in lui quella mente imprenditoriale che conosceremo bene in seguito.

Quando ebbe diciotto anni disse al padre: “Quando andrò a fare il militare, non tornerò più”. E così è stato.

Aveva vent'anni quando partì per il militare. Da quel momento iniziarono le sfide più importanti della sua vita.

 

Chiamato per il militare, lo misero su un treno e si ritrovò a Torino. Alla stazione lo presero i Carabinieri e lo portarono in caserma per svolgere il servizio da ausiliario. Qui niente dialetto, solo italiano. Fu uno spaesamento e una sfida. Una delle tante sfide importanti che ha dovuto affrontare. Si trovò nella necessità di passare dal dialetto a un italiano che non conosceva, di dover cambiare modo di parlare, nel giro di ventiquattro ore.

Nonostante la vergogna degli errori, fu vinta anche questa sfida, tanta era la voglia di farcela.

Non poteva tornare nel paese a fare la vita dell'agricoltore, lo aveva promesso a se stesso, prima che a suo padre.

Mentre faceva il militare, un giorno andò a Firenze dove il fratello Emilio era diventato un bravissimo rappresentante di commercio e si era sposato creandosi una famiglia.

Qui conobbe la sorella di sua cognata, Vanda.

La vide e come lui stesso raccontava “Fu amore a prima vista, mi piacque da subito”.

Iniziava la sua seconda sfida.

Vanda studiava e avvertì che doveva superare un altro ostacolo, che era dentro di lui e che si era costruito durante la vita di paese.

Era costume in quegli anni, nella Bassa Italia, che ci fosse un abisso, una separazione netta tra chi lavorava in campagna e le ragazze che studiavano. Lui stesso lo descriveva come “un abisso, un muro di cemento, uno steccato invalicabile li divideva”. Infatti, lui stesso ammise che “quando vidi Vanda e seppi che studiava, mi prese una paura, una preoccupazione...” Non sapeva come avvicinarla, cosa dirle; lui non aveva istruzione (si era dovuto fermare alla quinta elementare per andare a lavorare in campagna) non aveva neanche un posto di lavoro, mentre lei studiava.

Non fu facile superare questo suo modo di vedere paesano.

Amava Vanda e si disse: “Ma insomma, sono un ragazzo; ho buona volontà; credo nella famiglia”.

Riuscì quindi a superare lo scoglio della mentalità che bloccava i giovani della Bassa Italia. Chiese il trasferimento da Torino a Firenze, dove finì il militare da carabiniere ausiliario.

Aveva scelto quest'Arma perchè davano uno stipendio che mandava, per l'ottanta per cento a casa: questa era allora la regola. Per questo non riuscì a mettere niente da parte.

Finisce il militare e si fidanza con Vanda.

Aveva bisogno di lavorare e pregò suo fratello di chiedere allo zio Gioffredra (così chiamato per un errore all'anagrafe) se c'era posto per lui nella sua azienda. Lo fece lavorare “in nero”, senza libretto né diritti; gli faceva prendere le chiavi alle sette del mattino e gli faceva chiudere il magazzino alle otto di sera.

Entrando in azienda, lo zio gli disse: “Sei l'ultimo arrivato e se le cose non andranno bene, sarai il primo ad andare via”. Una frase cruda, detta dal fratello del padre al nipote di sangue.

Lo zio gli aveva affidato un incarico non certo leggero fisicamente: portare lavatrici e lavastoviglie nelle case di chi le comprava nel quartiere di Sanfrediano, quartiere di Firenze con case vecchie, strette e ripide, senza ascensori. Tuttavia non si tirò indietro. Voleva farcela.

Nonostante tutta la gavetta immaginabile, con l'alluvione del 1966, i magazzini furono allagati, Antonio si ammalò, per quindici-venti giorni non andò al lavoro e quando si ripresentò, lo zio gli disse “ti ricordi l'avvertimento che ti diedi? Se le cose non vanno bene, sarai il primo ad andare via”. Gli mostrò i magazzini allagati e lo mandò via.

Fu un duro colpo. Non sapeva dove andare, non sapeva come pagare la stanza presa in affitto, come comprare le medicine perchè non aveva copertura sanitaria, senza liquidazione, senza una lira...

Arrivò il momento di affrontare un'altra sfida.

Chiese al fratello, che era affermato agente di commercio, di prestargli la Cinquecento di sua moglie Margherita. Iniziò così il suo nuovo lavoro di ambulante. Caricava la merce e andava in giro a rivenderla.

Suo fratello gli diede un grosso aiuto, raccomandando anche i suoi clienti di comprare da lui qualche pila, qualche radiolina. Ma non fu facile avviare questa attività.

Ogni volta che andava a chiedere ai grossisti del materiale gli veniva negato perchè lo zio aveva avvisato di non fornire nessuna merce al nipote, altri invece pretendevano sempre d'essere pagati in contanti. Non bastava che dicesse: “Non ho soldi, ma se mi fate un po' di credito, vi dimostrerò che mantengo la parola e piano piano cercherò di farcela”. Ricordava benissimo il rifiuto di persone arroganti.

Vanda aveva finito gli studi, si era messa a lavorare e aveva già accumulato un piccolo risparmio, quarantamila lire. Un giorno Antonio le dissi: “Se puoi anticiparmi qualcosa, comincio questo lavoro”. Vanda prese tutto quel che aveva, le cinquantamila lire, e glielo diede. Antonio tornò da un fornitore arrogante, gli mostrò il denaro e comprò il materiale.

Cominciò i suoi giri. I clienti di suo fratello gli davano una mano. Il denaro che incassava, gli serviva per comprare altro materiale per altri giri.

In quel periodo viene a sapere che un uomo di Scandicci aveva inventato le cosiddette “circoline” a saliscendi: piccoli lampadari di vetro per la cucina con il tubo a neon di 32 watt. Ne produceva tantissime. Antonio si accorse subito che c'era un mercato vasto. Andò a trovare quel signore e gli propose di vedergli le sue lampade. Gli chiese il pagamento in contanti e Antonio rispose: “Soldi non ne ho, ma se mi dà la merce, il giorno dopo gliela pago” Ebbe fiducia e le cose andarono bene, tanto che Antonio si disse: “Perchè non produco io questi articoli?” Andò da uno stampista, gli chiese di fargli uno stampo ma precisò che non aveva soldi: “Se lei mi dà credito, io le firmo delle cambiali e sono sicuro di farcela”. Gli diede credito. Cominciò a produrre in proprio, nel garage della famiglia Picone, e a vendere le circoline insieme con altro materiale elettrico.

In un paio di anni aveva già creato una rete di vendita in tutta Italia.

Una mattina Antonio propose al fratello Emilio, assillato da mille problemi che lo zio creava nell’ostacolare in tutti i modi l’attività del nipote ribelle, di staccarsi dallo zio per lavorare insieme a lui e a Vanda creando un'azienda tutta loro, una società insieme. Gli dimostrò che sapeva firmare le cambiali e pagarle. Gli disse anche che voleva sposarsi e che avrebbe firmato cambiali anche per comprare i mobili. Il coraggio non gli mancava e dava coraggio anche a Emilio.

Non era facile per lui che guadagnava moltissimo, stava bene, e neanche per Vanda che aveva già un posto fisso, ma gli diedero fiducia e si unirono ad Antonio. E così, il giorno 15/09/1968, affittarono un piccolo magazzino sotto la Chiesa di Novoli per iniziare la loro grande avventura: vendita all’ingrosso di materiale elettrico! Nacque la MEF.

In un anno raddoppiarono il fatturato. Ma proprio perchè le cose andavano bene, iniziò il periodo nero con le banche.

Ampliandosi l'attività, avevano bisogno di crediti, castelletti, fidi, anticipi sulle ricevute bancarie, ma non avendo proprietà, le banche si rifiutavano di concedere qualcosa. Antonio cercava quindi aiuto negli amici. In seguito, ricordò sempre con molto affetto un fornitore che gli scambiava assegni postdatati a sette, otto giorni, in modo che Antonio potesse fare i versamenti alla fine del giro settimanale. Nel frattempo, anche Vanda aveva lasciato il suo ottimo posto ed era andata a lavorare con loro in azienda facendo miracoli con l'amministrazione. Anche lei gli ha dato fiducia, ha avuto coraggio e anche di questo Antonio la ringraziava.

Nonostante queste difficoltà, il padre di Antonio, che le proprietà le aveva, iniziò ad aiutare il figlio, in verità, a malincuore. Antonio si fece coraggio e gli chiese se poteva dargli una mano con il suo intervento come fideiussore, dal momento che non aveva problemi di lavoro ma solo di credito bancario, dinanzi ad un direttore di banca, amico del padre: in tali circostanze il padre non poteva dire di no.

Le cose andavano veramente bene, ma era inevitabile che ci fossero gli insoluti richiamati e le ricevute che tornavano indietro. Erano già messi nel conto. Ma suo padre, ogni volta, si attaccava al telefono e iniziava con le prediche: “Attenzione, che può andare male; Attenzione, che se va male dobbiamo vendere qualcosa; Attenzione, perchè sono io che ho messo la firma in banca...” Tanto era l'assillo che Antonio, proprio perchè tali prediche erano assolutamente ingiustificate dato che l'azienda andava bene, migliorava, cresceva, decise di rinunciare al suo aiuto. Però le banche non aumentavano il castelletto.

Ci sono stati momenti difficili in cui per pagare i fornitori c'era l'urgenza di riscuotere i crediti e la consapevolezza di questa urgenza stava mettendo veramente sotto pressione Emilio. Così Antonio trovò la soluzione. Di comune accordo con il fratello decisero una precisa divisione dei compiti: Antonio gestiva l’attività all’interno del magazzino, Emilio viaggiava come rappresentante e venditore e Vanda si occupava dell’amministrazione. La fiducia nel lavoro dell'altro!

Dal matrimonio di Emilio con Margherita sono nati due figli Daniele e Luca; e altri due figli Leonardo e Christian dal matrimonio di Antonio con Vanda. Anche l’unione e l’intesa di due fratelli sposati con due sorelle hanno contribuito a creare una forza di intenti maggiore di ogni avversità!

Intanto la Mef cresceva di dimensioni e si rendeva necessario il trasferimento in locali più ampi, per cui decisero di recarsi nei magazzini della Via Zambrini, acquistati con tanto sacrificio e con tante firme su cambiali; ma i Fornitori davano credito, credevano nella MEF, e anche i Clienti ci supportavano. Arrivò anche il momento in cui le due famiglie decisero di acquistare finalmente una casa in comune, dove Leonardo, Christian, Daniele e Luca, sono cresciuti come fratelli, con grande soddisfazione di tutti. Anche i locali di Via Zambrini diventarono stretti, per cui, non potendo ingrandire gli stessi, nel 1987 si presentò l’opportunità di acquistare un unico grande magazzino in Via Panciatichi, che allora sembrava enorme, ma che oggi con gli sviluppi dell’Azienda è dovuto a sua volta essere ampliato con l’acquisto di spazi adiacenti. Nel 1989 venne aperta la prima “Filiale” e venne scelta la piazza di Prato, che rappresentava il cuore dell’attività della MEF e la Sede operativa di Emilio.

A partire da questa iniziativa, di portare cioè a “casa del Cliente” la loro organizzazione, negli anni si susseguono incessanti aperture di nuove filiali in diverse regioni d'Italia.

 

Antonio ha sempre creduto nella filosofia dell'umiltà, del dialogo, della collaborazione, della formazione, della crescita, perchè per la MEF non è solo una filosofia, ma è un programma dell'azienda che riguarda sia figli di Antonio ed Emilio, che oggi insieme portano avanti questo grande progetto, sia tutti i collaboratori.

Le ultime parole di Antonio sono state per la sua famiglia e la sua azienda:

Abbiamo dato tutto? O possiamo dare di più? Il mercato cambia in modo repentino e imprevedibile, la velocità di adeguamento è fondamentale; è importante saper cogliere le indicazioni che sono nell’aria, nelle cose, essere curiosi, attenti, desiderosi sempre di imparare e di confrontarsi anche con i giovani, i figli, i nipoti che portano dinamismo, idee e innovazione. Loro in realtà sono già il futuro, ma è importante che sappiano come è stato costruito il presente e quindi che sappiano fare memoria di cosa siamo stati e cosa possiamo diventare….

Alla seconda generazione e a quelli che saranno con loro, auguro di continuare ad essere un gruppo di grande compattezza, che sappiano capire in anticipo le strategie da attuare ……, oggi più che mai è importante che la nostra Azienda funzioni come un unico organismo, con il più forte legame possibile!

I miei consigli sono di continuare sempre ad essere disponibili, di costruirsi una serenità privata ed una compattezza familiare, di essere soddisfatti del lavoro, di comunicare e praticare l’umiltà, di sapere che esistono sacrifici, ma anche grandi soddisfazioni !!!

Questo è il Suo testamento spirituale per tutti noi che lo abbiamo conosciuto, stimato ed amato!

ASSOCIAZIONE ONLUS
ANTONIO ed EMILIO GIAFFREDA
 
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