Antonio ed Emilio Giaffreda

CHI SIAMO

La parola umiltà viene dal latino humus, che significa terra. Perché la vera umiltà non è la caratteristica dei falsi modesti, o degli arrendevoli: è la qualità di chi ha i piedi ben piantati a terra, nella realtà. Ma allo stesso tempo, così come un albero con le radici salde nel suolo protende i suoi rami verso il cielo, sa guardare in alto, ha una visione.

È questo senso autentico dell’umiltà che ha sempre ispirato Antonio ed Emilio. E che loro hanno saputo passare alla seconda generazione e oggi è pronto per essere passato alla terza. Uno spirito che risale alle origini fieramente contadine della famiglia: agricoltori di Chiesanuova di Sannicola, provincia di Lecce, nel Salento profondo. Terra di viti e ulivi dove, negli anni Quaranta e Cinquanta della loro gioventù, la vita era dura ma costruita su valori chiari e condivisi: la famiglia, il rispetto, l’onestà, la sacralità della parola data. E l’autorità paterna che non si discute.

Emilio, il maggiore dei fratelli, nel 1958 arriva a Firenze nell’azienda dello zio proprio grazie un’indicazione – diciamo pure una direttiva – del nonno omonimo.

Nel caso di Antonio, invece, fu più il desiderio continuo di guardare oltre l’orizzonte.

Nel 1963 lascia Sannicola arruolato come carabiniere ausiliario, destinato a Torino. Lungo il percorso verso la città sabauda fa tappa dal fratello a Firenze: una città viva e vibrante che lo affascina e gli sembra il posto giusto per costruire qualcosa. Confida già ad Emilio il desiderio di stabilirsi lì al termine della ferma. Sono i primi semi di quello che diventerà un grande albero coltivato insieme: adattabile, resiliente, destinato a crescere a lungo nel tempo, come gli ulivi del loro Salento.

Un ulivo che Emilio e Antonio si sono metaforicamente portati con sé per farne un simbolo dei loro valori: coraggio, integrità, autenticità e umiltà.

Il viaggio di MEF inizia con una Fiat 600 Multipla che si inerpica sui colli toscani, tra Firenze e Prato, alla cui guida c’è Emilio Giaffreda. Fa il rappresentante di materiale elettrico per la società dello zio Antonio. Che, per uno scherzo del destino (o una distrazione dell’impiegato all’anagrafe) di cognome fa invece Gioffreda. Ma quel destino ha in serbo qualcosa di più per Emilio. E di lì a qualche anno si presenta in una forma molto concreta e personale: suo fratello Antonio, omonimo dello zio.

“Non ce l’avrei mai fatta senza Emilio”, diceva Antonio.

“Non ce l’avrei mai fatta senza Antonio”, diceva Emilio.

Il “farcela” a cui si riferiscono è una nuova avventura imprenditoriale che si chiama MEF, Montature Elettriche Fluorescenti. Un nome che evoca scene in bianco e nero da film neorealista. Ma siamo ormai nel 1968 e la musica sta già cambiando: gli studenti scendono in piazza e, nei jukebox, la bambina allegra è diventata la Bambola triste di Patty Pravo mentre il giovane amore ha preso la tonalità malinconica dell’Azzurro di Celentano.

È un momento pieno di incognite, ma anche di opportunità. E, chissà, forse anche per questo il dinamismo, il desiderio di fare sempre meglio caratterizzano MEF sin da subito. Quella tensione ideale che spingeva costantemente Antonio a sentirsi ‘contento ma non soddisfatto’, a chiedersi: “Abbiamo davvero dato tutto? O possiamo dare di più?”.

Nel 1969, la macchina ha già ingranato un’altra marcia. Non si tratta più della 600 Multipla di Emilio che arranca sui colli, però, ma della macchina ben oliata di un’azienda piccola, ma di cui già si intuiscono le grandi prospettive.

Non basta più neanche l’aiuto di Marcello, il fratello minore in attesa di partire per il servizio militare, e il veloce passaggio di Giuseppe, detto Pippi – il terzogenito che però non resisterà al richiamo ancestrale delle terre paterne – e arrivano i primi dipendenti. Di lì a pochi anni neanche via Morosi basterà più e nel 1973 servirà un nuovo trasloco, in via Zambrini. Il nuovo magazzino si estende per 1.200 metri quadri – tre volte più grande del primo – e all’inizio spaventa un po’ i due fratelli: “E adesso con cosa lo riempiamo?”, si dicono. Ma non si tratta solo della merce. Bisogna anche attrezzarlo.

È Antonio a convincere i fornitori che, anche se non avevano capitali, i due fratelli li avrebbero ripagati con il loro lavoro. I fornitori si fidano e non chiedono nemmeno le cambiali, la moneta corrente dell’epoca: accettano sulla fiducia che MEF si impegni a restituire una quota ogni mese. La solidità della parola dei Giaffreda comincia già a essere riconosciuta e sarà una delle basi fondamentali del futuro sviluppo.

Il lavoro cresce, presto i dipendenti aumentano, e con loro aumentano anche i clienti: ormai l’azienda è chiaramente avviata a trasformarsi da piccolo “negozio” familiare a vera e propria attività imprenditoriale.

Un’attività pur sempre con le radici nella famiglia, anzi, nelle famiglie; Giaffreda e Picone. Unioni indissolubili, su cui ha messo, anche qui, lo zampino una macchina. L’auto era una splendida Fiat 1100 bicolore – beige col tetto bianco – che Emilio poteva solo ammirare dalle vetrine della concessionaria.

Era un’auto di lusso, per l’epoca. E, anche se guadagnava bene come rappresentante dello zio, avrebbe fatto fatica a permettersela. Decise di entrare comunque per vederla da vicino. Il suo entusiasmo fu tale da colpire il concessionario: “Quanto potresti anticiparmi?”, gli chiese. Emilio si fece due conti: la cifra era poco più del dieci per cento del valore dell’auto. “Va bene. Visto che la macchina ti piace così tanto, i soldi te li anticipo io. Me li ridarai poco per volta, come e quando puoi”. Succedeva anche questo nel clima di fiducia degli anni del boom.

La fiammante 1100 ebbe però vita breve: solo pochi giorni più tardi fu tradita da una strada bagnata e terminò la sua breve vita automobilistica contro un camion. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, e durante la degenza in ospedale Emilio ricevette la visita di Margherita, una bella ragazza che aveva visto una sola volta a una festa e che forse – ammetterà lei scherzando anni dopo – a quella festa era più interessata al suo amico. Dalle visite in ospedale nacque, però, una simpatia, poi una frequentazione, poi un amore destinato a durare una vita.

Ma la storia non finisce qui: Margherita era figlia di Ugo e Nina Picone: capotecnico delle Ferrovie dello Stato lui, già abbastanza occupata lei con i loro cinque figli, quattro ragazze e un ragazzo. Una famiglia d’altri tempi che prende subito in simpatia questo volenteroso ragazzo pugliese che si è trasferito a Firenze pieno di voglia di lavorare. E che spesso e volentieri lo accoglie in casa propria. Quando, nel 1963, Antonio farà la sua prima, fugace apparizione a Firenze lungo la strada per Torino, anche lui farà tappa a casa Picone, dove farà la conoscenza di Vanda, che all'epoca ha sedici anni ed è una studentessa di ragioneria. Dopo la ripartenza di Antonio per Torino, Vanda incomincia a scrivergli, fino a quando tornerà per stabilirsi a Firenze, e i due cominceranno a frequentarsi sempre più seriamente. Dopo l’alluvione del 1966, Antonio deve lasciare l’azienda dello zio e si mette in proprio andando in giro a proporre piccoli elettrodomestici ai negozianti della zona e sarà Vanda a sostenerlo, incoraggiarlo, rincuorarlo nei tempi difficili. E, mettendo a frutto gli studi di ragioneria, si occuperà dei conti della nuova azienda MEF.

Tra gli anni '70 e gli anni '90, epoca difficile per essere ottimisti, Antonio Giaffreda ha del proprio campo una visione pionieristica. Ha capito, con grande anticipo sui tempi, che il futuro della distribuzione di materiale elettrico sta nel consolidamento e nella crescita dimensionale. È un po’ che gli ronza in testa l’idea di creare un gruppo di acquisto tra piccoli imprenditori e, nel 1978, riesce a convincerne altri tre a formare il primo nucleo di un consorzio che si chiamerà DEA, Distributori Elettrici Associati.

L’idea crescerà nel tempo, il consorzio diventerà una società per azioni e la somma dei fatturati degli aderenti arriverà in anni recenti a sfiorare il miliardo di euro.

Nel contempo, in seguito al trasloco dalle due stanze dove Antonio e Vanda fanno i conti la sera, poi al garage, al primo magazzino un po’ sacrificato e a quello un po’ più grande dove Emilio e Antonio dovranno montarsi da soli gli scaffali, quello che si rende necessario a MEF alla fine degli anni Ottanta è forse lo spostamento più importante, tant’è vero che la sede scelta allora – passando attraverso mille ampliamenti e miglioramenti – è quella dove l’azienda si trova ancora oggi.

Nel 1987 Mef si trasferisce in via Panciatichi 68. Una struttura impegnativa: in totale sono quasi 9.000 metri quadri, dei quali 5.000 coperti e altri 4.000 scoperti. Nel frattempo MEF si è organizzata per la distribuzione di materiale elettrico per uso industriale e illuminotecnico: ancora una volta, una tappa del viaggio segna un ulteriore salto di qualità.

Nella proprietà c’è ben chiara l’idea che non si tratta solo di servire con efficienza un numero sempre maggiore di clienti, ma anche e soprattutto di anticipare e accompagnare le evoluzioni dei mercati ampliando la gamma di merceologie offerte in linea con le nuove esigenze degli installatori.

Gli anni Ottanta sono anche il decennio che segna l’entrata in azienda della seconda generazione. A rompere il ghiaccio è Daniele, primogenito di Emilio. L’ingresso ufficiale avviene nel 1988, dopo il servizio militare. Ma Daniele, come tutti i cugini Giaffreda, ha respirato l’aria del magazzino sin da piccolo: il passaggio è solo una formalità e il sogno sempre lo stesso: diventare un giorno direttore commerciale.

Che nessuno sia disposto a rendere la vita facile alla seconda generazione è chiaro fin da subito: Emilio e Antonio sono capaci di riprendere i figli anche solo per un fazzolettino un po’ troppo sgargiante nel taschino, o per il gel troppo abbondante nei capelli dal taglio alla moda: “Così siete troppo ‘leccati’ già per questo ufficio… figuriamoci per il negozio di un installatore…”.

Anche questo era un modo – forse un po’ rude, ma certo efficace – di insegnare l’importanza di mettersi nei panni dell’altro.

Di essere umile e ascoltare senza imporsi.

A Daniele fanno presto seguito nel 1989, Luca e Leonardo, figli rispettivamente di Emilio e Antonio. Di Leonardo si dice che sia un diplomatico per natura. Non a caso, nel previdente riparto di competenze che nel 2010 Antonio ed Emilio immaginano in accordo con i figli, a Leonardo verrà riservata la casella della presidenza. Posizione che, sempre non a caso, verrà subito accettata senza alcuna contrarietà dagli altri membri della famiglia. Descritto come estroverso, informale e comunicativo, Luca era la persona giusta per diventare responsabile del personale. Si dice che conosca a memoria nome, cognome e storia personale di tutti gli oltre 600 dipendenti che l’azienda è arrivata ad annoverare negli ultimi anni, a dimostrazione che in MEF la centralità delle persone non è uno slogan in aziendalese ma una pratica quotidiana. Un valore che Antonio, Vanda ed Emilio hanno appreso sudando gomito a gomito con i primi collaboratori negli angusti magazzini degli inizi e che hanno saputo trasmettere ai figli, mettendoli in grado di applicarlo anche oggi che MEF è un’azienda proiettata su scala multiregionale, se non nazionale, per cui lavorano centinaia di persone in decine di sedi diverse.

Qualche anno più tardi, nel 2002, sarà la volta di Christian, l’altro figlio di Antonio, di entrare in azienda. Il suo percorso è un po’ meno lineare di quello del fratello e dei cugini: con in tasca una laurea in Lingue e letterature straniere e un dottorato in Lingua e letteratura spagnola, con buone prospettive di carriera nel mondo accademico, per Christian entrare in MEF sarà più una scelta meditata che un esito naturale, come per i suoi compagni di generazione.

Il suo sguardo un po’ più ‘esterno’ si rivelerà prezioso negli anni seguenti, per aiutare la proprietà a guardare con più oggettività ai cambiamenti impetuosi sugli scenari di mercato, orientando tutti e quattro insieme MEF verso le scelte più adeguate per garantirne la continuità e lo sviluppo anche nel futuro.

Gli anni Novanta vedono esplodere un vero e proprio boom di filiali MEF. A fare da battistrada sarà Prato, nel 1989. Una scelta non casuale. È in questi territori dove, oltre vent’anni prima, MEF ha mosso i primi passi – anzi, le prime ruote – con Emilio e la sua 600 Multipla e con Antonio che, sulla 500 prestata dalla cognata Margherita stipata di piccoli elettrodomestici, ‘battono’ sistematicamente i rivenditori segnalati dal fratello. Ed è proprio Emilio, infatti, che andrà a dirigere la nuova filiale, chiudendo il cerchio del ritorno alle origini.

 

Così lo ricordava la sua amata compagna di vita.

MARGHERITA PICONE

“Mio caro Emilio, lungo il percorso della vita ti sei sempre comportato con lealtà e amore verso gli

altri senza ferire mai nessuno.

Hai sempre avuto grande rispetto per tutti, soprattutto verso coloro che nella vita non hanno avuto quello che abbiamo avuto noi.

Non hai mai voluto che gli altri ti considerassero un uomo di successo, bensì un uomo con grandi valori.

Hai amato e avuto la vocazione al matrimonio ed alla famiglia e sei sempre stato disponibile per tutti i tuoi fratelli.

Il 19 Aprile avremmo festeggiato 54 anni di matrimonio: tempo lungo e breve, ma comunque vissuto intensamente.

Non è stato tutto rose e fiori: giorni di tristezza e di dolore, ma anche di gioia e di speranza. Giorni arricchiti dall'amore dei nostri figli, nuore e dai nostri amati nipoti. Credo che con l'aiuto del Signore siamo stati fortunati.

Con la certezza della risurrezione, la tua partenza non ci lascia nella disperazione.

Mio caro amato, non perduto ma soltanto separato, un giorno ci ritroveremo insieme a tutti i nostri cari.

Il tempo non potrà mai distruggere ciò che il nostro amore ha costruito.

Prega per noi e che le tue preghiere siano il bacio che rimpiangiamo.

Ti bacio con tutto il mio amore,

Margherita”.

La storia di un uomo, di un'Azienda

di una Famiglia.

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